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Intervista a Tonypolo

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Tonypolo è un nome che suonerà familiare non solo agli amanti del rap. Abbiamo pensato di fargli un’intervista per provare a mettere qualche punto all’interno di una carriera più che ventennale e anche sulla scena hip hop regionale e di Lamezia Terme, la città dove è cresciuto e dove vive. A voi, domande e risposTony!

 

Chi o cosa ha acceso la miccia dell’hip hop dentro di te? Hai avuto dei maestri?
Per capire bene questa risposta bisogna subito partire da una contestualizzazione storica, siamo nel 1996, in Calabria, in una Lamezia non ancora relativamente evoluta come oggi, dove non c’era veramente nulla, eravamo tutti molto street e per chi non aveva un minimo di basi di vita c’era veramente il pericolo di finire male. Le giornate passavano così (cit.), nessuna forma d’arte mi aveva particolarmente attratto, non suonavo strumenti, non ero sportivo per nulla, le forme di precursione dell’hip hop che pure avevano toccato Lamezia non avevano attecchito, non mi avevano preso probabilmente per quel fare da posse che rispetto ma non sarebbe mai stato il mio modo di fare.
Improvvisamente una marea di tag, di throw-up e bombing (il writing veloce quello di presenza sul territorio) in pieno stile milanese ha invaso Lamezia Terme, c’era scritto Copa, un writer che tornato dal Milanese aveva importato subito in maniera anche aggressiva su ponti, scuole, tetti il modo di fare writing e hip hop più attuale che “ha superato” il periodo politicizzato (anche il writing esisteva ma era molto limitato e ripetitivo) delle posse per andare verso una visione street e artistica. Questo forte impatto visivo, questa volta ha acceso per davvero la miccia dell’hip hop e si è creata una ballotta molto interessante che ha caratterizzato i nostri primi anni con writing e rap ancora rudimentale.
I maestri però non esistono nell’hip hop, qualcuno ne ha parlato impropriamente in passato, nessuno mi ha insegnato nulla tranne qualche piccolo trucchetto di writing perché nell’hip hop non si insegna, non è una scuola di danza né di chitarra, esiste il contagio, una forma di influenza irresistibile che ti porta a migliorare te stesso in qualcosa che è nuovo e dopo questa scintilla sei tu a dargli la tua forma assolutamente soggettiva.

Che ricordi hai degli anni Novanta a Lamezia e in Calabria?
Lamezia e la Calabria negli anni 90 erano ancora molto spartane, l’entroterra ancora di più, come ho accennato non c’era nulla di stimolante tranne il nulla, ma forse era proprio questa forma di verginità mentale che ci ha portato ad avvicinarci e approfondire veramente bene la materia. Col tempo si è passati dallo stadio di neanderthal a una roba più erectus, ma c’è stato un bel periodo che tutte queste innovazioni ci sono costate un bel linciaggio sociale, contate che c’era gente in giro che ora è o in carcere o al cimitero per quanto era pericolosa e noi andavamo a fare graffiti spesso nei posti sbagliati. Qualche volta le si sono prese qualche altra volta si è finiti in caserma perché anche le forze dell’ordine, anche loro si dovevano un po’ abituare ai graffiti, ai giovani vestiti larghi con il cofano pieno di bombolette e ci terrorizzavano letteralmente con metodi da Black Lives Matter soltanto che eravamo lametini.

Pensi esista una “scuola” o una via calabra all’hip hop?
Purtroppo l’hip hop è fatto di uomini che hanno vissuto questo sogno americano e se nel periodo delle Jam c’è stata una certa unità d’intenti poi credo “grazie” a 8 Mile si è dato via a un periodo di personalismi, un tutti contro tutti veramente triste dove i giovani mi si avvicinavano per poi allontanarsi e dire che ero un cogli*ne e che lo sapevano fare meglio di me. La scena calabrese in genere si è avvicinata a me per quel poco che gli potevo dare ma mai nessuno ha pensato ad una via calabra. Ma è stato dopo Minnamoro che anche il mio cane mi ha abbandonato per la paura che ce la potessi fare, una cosa che mi ha dato la misura di questa povera gente e che mi ha spinto attualmente alle collaborazioni con musicisti veri. Unica e dico unica espressione di scuole calabresi e unità di intenti forse è stato l’album Kalibri Kalabri dove grazie a dj Lugi si è vista una via calabra per davvero, il pezzo Supa’u’Beat ha girato moltissimo, ricordo lo passavano ai grossi concerti americani del Nord e i lametini mi chiamavano in massa.

Qual è il tuo rapporto col dialetto?
In generale amo molto il dialetto, le espressioni dialettali e colorite calabresi sono state spesso usate nei miei pezzi con diverse accezioni, nel mio primo periodo essendo ancora molto legato alla Calabria e a Lamezia usavo molto quasi esclusivamente il dialetto e ammetto che risentendomi non andava bene proprio. Con il tempo mi sono affinato molto, amo sempre molto il dialetto ma nel mio rap ora è usato per rafforzare i concetti in maniera colorita, tentando di restare con un piede nella comunicazione, magari uso un termine che si può capire o comunque che possa stimolare la fantasia come mi piace tanto. Se tu quasi capisci il significato di una parola nella frase in italiano in pratica è come se aprissi il significato a varie interpretazioni. Questo far lavorare la mente dell’ascoltatore fra i possibili significati mi ha sempre interessato moltissimo, in passato ero più ermetico ora riesco a farmi capire molto bene e a mantenere nello stesso tempo una certa elasticità sulla fantasia dell’ascoltatore.

Preferisci i live agli album o è solo un’impressione?
I live sono il primo amore, proprio la linfa vitale, amo molto fare il rap in pubblico e sopratutto fare freestyle meglio se non in atmosfera da contest che limita il discorso a bambocciate. Mi piace sguinzagliare molto il mio rap che si libera a virtuosismi che ora sono molto chiari e leggibili dallo spettatore e riesco a trasmettere un’energia potente che è poi la forza principale della mia musica. Per molti anni è stato difficile davvero fare album, non amavamo molto il demo di qualità medio scarsa e siamo arrivati a registrare le prime canzoni con J Vas quando eravamo Brain in Fire fra il 1998-2000. Non si riusciva a fare un video decente, per registrare era un’impresa e spesso venivano a mancare periodicamente le motivazioni e anche per gran colpa il primo disco si è visto molto tardi. Ora è più facile e i giovanotti della trap dicono da 10 anni già che sono vecchio ma non riuscendo a rappare meglio di me si dovranno rendere conto che non stiamo giocando a calcio e la musica i musicisti veri se la portano nella tomba. Ronaldo smette noi no.

 

@ Ceniphoto

 

Se dovessi scegliere tre o quattro momenti fondamentali nella tua carriera da rapper, quali sceglieresti?
Ricordo perfettamente il primo live in pubblico nella palestra del liceo scientifico, credo uno Scientifestival, avevo la bandana al contrario, una maglia adidas rossa e ho rappato la mia prima strofa leggendo all’inizio da un notes che poi ho buttato a terra platealmente riuscendo a fare prendere bene il pubblico che ancora non sapeva che stavo per strippare di brutto. Poi ci sono stati una serie di live veramente epici diciamo che i live 98-2002 sono un periodo di follia pura.
Il secondo momento è legato a Kalibri Kalabri come accennavo un progetto veramente riuscitissimo che vedeva la collaborazione di tutto questo humus di rapper underground calabresi diretti da dj Lugi in maniera esemplare. Ecco lui probabilmente è ciò che più si avvicina a un maestro sopratutto per questa aura di hip hop vero che riesce a dare che motiva le persone veramente a fare bene nel miglior senso della parola. Il pezzo Supa’u’beat in Italia lo hanno ascoltato in molti, la scena conosceva bene quel disco, meritatamente oserei dire, dj Lugi epico.
Sono anche molto legato alla saga dei Get the Fuck Up con gli amici di Legame di Massa perché sono stati e sono gli unici con cui ho collaborato sinceramente, senza che ci fossero mai particolari problemi e infatti le cose hanno funzionato bene e i ragazzi sono fra i miei migliori amici di sempre, inoltre ci siamo molto divertiti a fare i video e il primo è stato il mio primo in assoluto e il primo video Rap di Lamezia Terme.
E quando si parla di momenti fondamentali Minnamoro ha il posto principale, per ora è il masterpiece naturalmente non il più bello, tecnicamente ho fatto cose superiori, ma quello che ha avuto una potenza comunicativa tale da restare nelle menti delle persone in maniera duratura. Ancora la gente in giro mi grida “minna minna, grande Tony” e io non posso essere che gratificato.

Minnamoro: che legame hai con quel brano? (Video in basso)
Minnamoro è nato scrivendo un altro pezzo sempre di quelli dolce stil novo che facevamo una volta, eravamo sempre con gli amici del Legame di Massa nel Bunker di Toorullo e tutto a un tratto è uscita questa rima che diciamo che non è passata inosservata da subito, poi il pezzo lo ho sviluppato con i miei tempi, ho cambiato versioni e quella finale sulla base di J Vas è stata veramente vincente anche grazie a Mario Vitale e Erminia Gullo, tutte persone a cui sono molto legato e con cui siamo riusciti a creare una bomba confezionata alla grande sotto tutti gli aspetti. Quello è il mio pezzo più riuscito, il video fatto da queste parti più visto di sempre e ha tutta una serie di primati che mi hanno reso orgoglioso ma che purtroppo hanno dato fastidio a qualcuno.
Da allora è stata una specie di terra bruciata, tutti cercavano di remare un po’ contro e per ora sono lì che cerco di risalire la corrente come un salmone stanco, di sicuro ho capito che non devo accompagnarmi ai soliti pesci un po’ così che popolano l’hip hop e sto preferendo collaborazioni con cantanti, musicisti, forse non ho trovato una nuova forma ancora o forse si è già formata e sta per uscire in qualche tony futurama.

Sei sempre stato molto aperto alle collaborazioni, cosa ne pensi?
Assolutamente adoro collaborare, ti ringrazio di averlo notato, mi piace guardare a cosa può succedere combinando le cose e quando riesco a creare la sintonia mi riesce in pratica sempre bene. Forse ho sbagliato a dare troppo spazio ai giovani dell’hip hop, una volta ritenevo opportuno che si facessero le ossa da soli e se resistevano allora cominciavo a collaborare con loro. A un certo punto vista la difficoltà di ricambio generazionale che notavo, ho provato a pescare più in basso ma la risposta è stata in pochi casi soddisfacente e quasi sempre votata al fattore che spiegavo che porta gli emergenti ad avvicinarsi per poi dire che si sono allontanati, un paradosso ma in un mondo di scarsi fare finta che hai avuto “uno strappo” con il migliore li faceva sentire migliori. Per adesso sono sospese le collaborazioni con giovani e vecchi nell’hip hop, tranne alcuni casi specifici è difficile che accetti di fare strofe per persone che non meritano, cerco solo collaborazioni stimolanti che aprano nuove forme di uso del mio rap.

Un’altra cosa che incuriosisce sono le generazioni diverse che fanno rap insieme, in altri ambiti non è così comune. Tu come la vedi?
Come ho appena spiegato bisogna stare molto attenti nell’hip hop a questa cosa, dare spazio alle collaborazioni sbagliate oltre ad avvalorare la causa di gente un po’ così, svaluta spesso la propria causa. Quindi sono passato ad un approccio vicino alla teoria che avevo nel passato, solo se ti sei già fatto un po’ le ossa parliamo di collaborare, ormai si collabora con gente di tutte le età ma con una certa dose di esperienza artistica e umana. Noi ci abbiamo provato con Degenerati con FabyoNext che è cresciuto artisticamente con me e quindi ci trovavamo e Zaccka e Cenipeppe che invece si sono fatti le ossa da soli con cui ci siamo super trovati bene da sempre, il risultato è stato buono purtroppo stava esplodendo la trap che sono riusciti a fare passare come musica del futuro ma in pratica boccheggia, tutto è ciclo, a volte va la roba più elaborata a volte la roba più sempliciotta, diciamo che abbiamo avuto qualche anno di roba sempliciotta nel peggior senso del termine.

C’è un punto di contatto tra l’essere un rapper e un videomaker?
A parte il fatto che a volte mentre lavoro in pubblico mi riconoscono e molestandomi mi chiedono di fare Minnamoro, il vero e serio punto di contatto è che sono entrambe arti performative che comunicano verso un pubblico e fra di loro, nel caso del video rap anche il rapper comunica tramite il video. Questa possibilità di rafforzare i significati della musica, arricchirli e dargli interpretazioni visive mi ha preso sempre moltissimo, tanto che ho fatto la mia tesi di laurea sul linguaggio del videoclip e ho analizzato inquadratura per inquadratura il video Dangerous di Busta Rhymes, sembrerà strano ma gli ermellini hanno apprezzato alla grande.

 

Immagine di copertina: Tonypolo (facebook)


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Interviste · News
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