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Intervista ad Antonella Mazza

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Ci stiamo prendendo gusto con le interviste ai Calabrians che vivono all’estero: questa volta abbiamo il grande piacere di chiacchierare con Antonella Mazza, in diretta da Parigi, bassista e contrabbassista di Lamezia Terme. Rimandiamo alla scheda a lei dedicata o ai tanti articoli presenti sul web, nel 2015 è entrata nella nostra classifica musicale (vedi). Non possiamo che ringraziarla per la sua disponibilità e simpatia!

 

Cominciamo dal principio, è vero che tua madre suonava il basso in una band di sole donne?
Sì! Dovremmo chiederlo a lei, perché questa è la storia che mi ha sempre raccontato, ma sicuramente è vero. Io sono nata quando la mia mamma aveva solo diciotto anni, quindi non ha avuto una grande carriera, però mi raccontava che avevano questo gruppo, a Nicastro, di sole donne. Ha anche aggiunto il particolare che un giorno stavano facendo le prove e il fratello della sassofonista è arrivato in sala prove, minaccioso… per farla rientrare a casa. Beh, immagina cinquant’anni fa, a Nicastro, un gruppo di donne che fa le prove, sono state veramente all’avanguardia! Una di queste colleghe di mia madre l’ho incontrata anni dopo a Milano, era diventata manager, quindi la fonte è certa, il gruppo c’era, non so la qualità perché mia mamma non ha mai suonato davanti a me, non credo sappia ancora suonare. Il gruppo però esisteva, quindi cinquant’anni fa a Lamezia avevamo un gruppo di sole donne.

È anche per questo che hai scelto il basso o è stata un’altra storia?
No, è stata un’altra storia, anche perché lei questo fatto me l’ha raccontato dopo. Il basso è arrivato così, veramente per caso, avevo dodici anni e “suonicchiavo” la chitarra, avevo iniziato a prendere qualche lezione. Poi ho incontrato un amico, all’epoca non c’era internet o altro, la musica era un collante molto importante e quindi ci si conosceva così. Quando incontravi qualcuno con la tua stessa passione, si creava subito un legame e questo ragazzo mi ha presentato i suoi compagni di gruppo ed è iniziata un po’ l’avventura. Volevamo fare questa band, tributo ai Beatles, solo che suonavamo tutti la chitarra. Io ero la più scarsa, diciamo la verità, quindi uno di loro mi ha detto “perché non suoni il basso?”. Ma chi ce l’aveva un basso? Chi l’aveva mai visto? Figurati! E uno di loro mi ha detto che poteva procurarlo, non so se l’ha comprato o una roba del genere. Era suo quindi, io lo usavo solamente in sala prove… ed è iniziata così, per caso… poi mi sono appassionata. Mi piace pensare a quel periodo in realtà, perché non ci penso mai, dovrei ricostruirlo perché poi è diventata una cosa così naturale che si dimenticano le origini. Diventa tutto spontaneo, mi ricordo tutta questa passione che mi portava a conoscere gli altri musicisti, sono stata sempre molto interessata. Dico sempre che è stato lui, il basso, a scegliermi, ma non è che ci fosse tutta questa scelta! Difficilmente avrei potuto scegliere, bisogna contestualizzare anche il momento storico, in Calabria appunto, parliamo di un po’ di anni fa… la comunità dei musicisti c’era, alcuni molto talentuosi, ma rimaneva sempre una minoranza. Non c’erano molti stimoli per i giovani, ma se avevi questa passione, si poteva fare.

Tu come la vivevi? Del tutto normalmente o era vista ancora come una “stranezza”? Era cambiato qualcosa dai tempi di tua madre?
Sì, mio padre non è mai venuto in sala prove! (Risate) Io la vivevo normalmente, forse anche troppo, in realtà… Immagino che mi vorrai chiedere anche del fatto di essere una donna e suonare uno strumento considerato “maschile” in passato… ormai è diventato normale, ma all’epoca c’era questa cosa, solo che io non me ne ero mai resa conto. Fino a quando gli altri me lo facevano notare, ogni volta che arrivavo mi chiedevano “tu sei la cantante?”, “No, io sono la bassista”. Allora ho iniziato un po’ a interrogarmi su questo, mi sono resa conto più in là negli anni che c’era questa “stravaganza” nel vedere una donna al basso, all’epoca. Adesso ormai ci sono quasi più bassiste che bassisti… è diventata una moda (risate).

Hai avuto dei maestri o fonti d’ispirazione in Calabria?
Ho fatto tanti anni in conservatorio, a Cosenza, dove ho avuto la fortuna di studiare con Rino Zurzolo, bassista di Pino Daniele. Era professore titolare al conservatorio di Cosenza, ma andando a scavare anche un po’ prima, quando studiavo la chitarra classica, studiavo con il mitico lametino Ninì Benincasa. Penso sia stato maestro di tanti bravi musicisti, già qualcosa mi aveva fatto scoprire lui, mi ricordo che facevamo tanti duetti, nei quali suonavo spesso la parte del basso. Lui improvvisava la melodia e io accompagnavo, quindi c’era già questa mentalità del “musicista accompagnatore” che poi si è trasformata nel fatto di diventare “bassista accompagnatore”. A lui, per esempio, devo veramente un approccio tecnico e poi anche la lettura della musica, conoscere la musica, perché io all’inizio suonavo a orecchio. Lui è stato tra i primi a darmi i rudimenti, i fondamenti della musica, quella “vera”, quella che poi ho studiato in conservatorio.

E il contrabbasso? Quando vi siete “incontrati”?
Avevo diciassette anni quando sono entrata in conservatorio a Cosenza, anche lì, io non avevo mai visto un contrabbasso in vita mia! Volevo studiare il basso, però all’epoca non si poteva studiare il basso elettrico al conservatorio, non c’era. Non è come adesso che ti puoi anche laureare in basso “pop”, cosa che mi fa tanto ridere. All’epoca c’era solo la musica classica, quindi dovevi trovare l’equivalente, diciamo così. Mi ricordo che un mio amico mi disse “va bene, non c’è il basso elettrico, prova il contrabbasso”. Ho iniziato pensando che fosse la stessa cosa, quale errore! Sono due strumenti totalmente diversi: il ruolo, in generale, quello di musicista accompagnatore è uguale, ma gli strumenti sono totalmente diversi a livello tecnico, timbrico, questa è un’evidenza, ci sono tante altre difficoltà. Soprattutto, in conservatorio, si faceva solo ed esclusivamente musica classica, quindi un altro viaggio, ma la mia fortuna è stata appunto quella d’incontrare Rino Zurzolo che mi ha aperto a una cultura musicale a 360 gradi. Classica, jazz, pop, tra l’altro di classe, essendo il bassista di Pino Daniele, “pop” nel senso di popolare. La musica di Pino Daniele non la possiamo definire, non la possiamo rinchiudere in uno stile, se non dire che è davvero “una bella musica”.

 

@ Nikko Chicote

 

Sappiamo delle tue tante collaborazioni e dei tanti ambiti in cui ti muovi, ma da appassionata di musica, cosa ascolta Antonella Mazza?
Guarda, sono sincera, in realtà la musica che suono è la musica che ascolto. Detta al contrario, io non suono la musica che non ascolto. Per esempio non suono reggae, perché non lo ascolto, per quanto il basso sia magnifico nella reggae music, ma è qualcosa che non mi appartiene culturalmente, non la sento profondamente. Non suono metal perché non ascolto metal, ascolto rock, jazz, blues, pop e quindi mi piace suonare questo. Poi c’è la parte “lavorativa” e quella è un’altra cosa, però difficilmente diventerò la bassista di un tributo a Bob Marley! (Risate)

L’episodio più assurdo che ti è capitato suonando in giro?
Ce ne sono veramente tanti, una volta durante un concerto, ho fatto un salto e nell’atterraggio mi sono rotta il piede, per esempio. Sono arrivata fino alla fine del concerto col piede rotto proprio, alla fine mi hanno portato in ospedale e lì l’hanno ingessato (risate). Questo è un episodio negativo, ma fai anche tanti incontri, i viaggi, le robe più assurde. Vieni da una piccola realtà e ti trovi proiettata su palchi mitici, accanto a dei musicisti di cui avevi il poster sul muro nella cameretta! Tante cose…

Passando all’attualità, come hai vissuto e stai vivendo questi mesi?
Il periodo è stato ed è ancora “destabilizzante”. Tra l’altro, il giorno in cui qui in Francia hanno dichiarato il lockdown, io dovevo partire in tournée: valige pronte, tutto pronto, gli strumenti erano già partiti, perché era una tournée di dodici date in tutta la Francia. Quindi è arrivata veramente come una doccia fredda, lì per lì, la delusione di non partire che poi è stata subito cancellata dalla comprensione della gravità della cosa. Altrimenti, per il resto, non l’ho vissuta male, perché un musicista ha già l’abitudine a essere isolato dal mondo. Per me il fatto di rimanere a casa, chiusa, a studiare, non è stato niente di nuovo… anzi senza avere gli “obblighi” della vita di tutti i giorni, tipo accompagnare mio figlio a scuola o uscire a fare delle commissioni, mi sono ritrovata a riappropriarmi del tempo. Davvero tanto tempo… lì mi sono resa conto che in realtà ci raccontiamo tante scuse, quando diciamo “se avessi più tempo, studierei di più, farei questo o farei quell’altro…”. Alla fin fine ho fatto quello che faccio di solito, la mia routine di studio quotidiana è rimasta più o meno invariata, anzi durante il lockdown mi sono anche concessa dei giorni in cui non avevo voglia di suonare, non avevo voglia di musica, e non l’ho fatto. Invece negli altri giorni quasi mi obbligo, mi sono presa un po’ di libertà, questo riappropriarsi del tempo penso sia stata la nota positiva. La nota negativa ovviamente è che un mestiere come la musica è profondamente e duramente toccato, perché appunto la distanziazione sociale è esattamente l’opposto di quello che la musica cerca: aggregazione e condivisione.

E sul futuro? Che sensazioni hai?
La mia visione sul futuro per il momento non è ottimistica, cerco di essere realista. Non avrebbe neanche molto senso, in Francia si parla di riapertura delle sale con la distanziazione di non so quanti metri, quindi ci troveremmo a suonare magari in una sala da 800 persone davanti a 150. Che senso avrebbe? Il senso del lavoro, certo, perché la macchina lavorativa dovrebbe continuare a funzionare, ma per la funzione sociale della musica? La musica è fatta di suono e di silenzio, le pause sono parti integranti, per me veramente (l’avevo scritto su facebook il primo giorno di lockdown) è il momento di ascoltare il silenzio. Il fatto di rimanere in disparte, anche di accettare che sia così, è un qualcosa più grande di noi, bisogna a volte veramente saper fare un passo indietro. Perché voler imporre? Non me la sentirei di organizzare un concerto esclusivo per 200 persone, avrei paura, sarebbe una responsabilità troppo grande. Preferisco fare un video, stare vicina con la musica, ma lontana fisicamente, sempre se tutta questa storia è vera… sai, con tutte le teorie dei complotti, non sappiamo se stiamo vivendo un grande incubo orwelliano. Certo, la situazione dei musicisti in Italia mi sta molto a cuore, perché vedo che c’è un abbandono totale, una roba terrificante. Seguo tutta l’attualità, anche se da dieci anni non vivo più in Italia, non c’è proprio paragone! In Italia il musicista non è assolutamente tutelato, non esiste proprio come entità fiscale, tranne pochi. Qui in Francia, per esempio, c’è una protezione dell’artista, non totale, ma sicuramente molto più importante di quella italiana. C’è uno Stato che si rende conto di avere una quantità di artisti o lavoratori dello spettacolo, intermittenti (siamo chiamati “intermittenti dello spettacolo”), ma questi hanno un ruolo nella società e come tale va protetto. Protetto anche in maniera economica, non siamo completamente allo sbando diciamo…

Un’ultima cosa, tornando al principio, come descriveresti il tuo rapporto con la Calabria e con Lamezia in particolare? Ritorni ogni tanto? Nelle foto vedo anche un tatuaggio con la scritta Neocastrum!
Non la vedo assolutamente come una terra lontana, torno ogni volta che mi è possibile, la mia famiglia vive ancora lì. Mio figlio conosce il dialetto, parla italiano, francese e dialetto calabrese. Sono molto legata alla Calabria, ho un rapporto molto profondo, un rapporto fatto un po’ di odio e amore, come per tutti quelli che siamo andati via. “Odio” per non aver potuto realizzare lì quello che poi abbiamo realizzato da un’altra parte, allo stesso tempo c’è la nostalgia e c’è l’amore perché tutto è nato lì. So benissimo che se oggi sono questo tipo di persona, è perché vengo da lì, questo è poco, ma sicuro. La natura profonda, un po’ aspra, come aspra è la Calabria, fiera, orgogliosa, testarda se vuoi, sono tutte caratteristiche che a volte noi stessi calabresi consideriamo difetti. Nella fotografia più grande del mondo sono dei pregi, perché abbiamo dei valori molto profondi. Forse noi stessi dovremmo darci di più, autovalorizzarci, non so se si può dire così. Rimanendo nel campo musicale, così non divago troppo, in Calabria ci sono dei talenti incredibili, ricordo dei musicisti fantastici, musicisti che veramente avrebbero potuto fare carriere internazionali senza alcun problema, ma c’è questa forma d’insicurezza e allo stesso tempo un po’ di “lasciar correre”. Sì, nella vita bisogna anche vivere giorno per giorno, però bisogna pure voler uscire dalla zona di conforto, dalla comodità. Sicuramente vivere in Calabria è bellissimo, però se devi viverci con questa frustrazione di non avere quello che vorresti, hai due soluzioni: o te ne vai oppure resti, ma cerchi di cambiare le cose. Io ho molto rispetto per quelli che sono rimasti, però allo stesso tempo mi fanno rabbia quando continuano a lamentarsi e piangere senza fare nulla. Mi rendo conto che la situazione è molto difficile, perché bisogna fare a botte con le istituzioni, gli stereotipi, però non bisogna lamentarsi. Le lamentele non mi sono mai piaciute troppo, per me è stata più un’evidenza a un certo punto, perché comunque sono rimasta in Calabria fino a una certa età. Mi sono laureata in Calabria, non sono andata via a diciotto anni come molti studenti universitari. C’era da fare la famosa scelta, il mio sogno era andare al DAMS, a Bologna, ma quando ho saputo che c’era a Cosenza (era il primo o il secondo anno), forse adesso non c’è più… non ho avuto dubbi e sono rimasta. Amavo comunque la mia terra, ma a un certo punto credevo che i miei sogni fossero troppo grandi, in realtà no… purtroppo non c’erano le strutture per aiutarmi a realizzarli. Io volevo solo fare della musica il mio mestiere, non sarebbe stato mai possibile in Calabria, sarei diventata una persona amareggiata e frustrata, per il mio carattere… Ripeto, conosco fior di musicisti che sono rimasti e si accontentano di fare la seratina nel localino o nel baretto e va bene così. Io non potevo, non ce l’avrei fatta, sarebbe stato un gusto amaro. Adesso apprezzo il fatto di tornare, tre o quattro anni fa, una mia amica calabrese mi ha proposto delle date assieme in estate; io ho detto immediatamente di sì, senza sapere dove e come, non m’importava, per suonare in Calabria! Nel 2013, mi sembra, ho ricevuto questo premio dal Centro Jazz Calabria di Cosenza, per me è stato il premio più importante della mia carriera, proprio perché è arrivato dalla Calabria. C’è stato un riconoscimento, se vuoi, come il fatto che voi siate interessati a quello che io faccio, per me è bellissimo! Perché alla fine rimaniamo sempre figli della Calabria, figli di una terra in cui siamo nati, alla quale apparteniamo, anche se siamo un po’ sradicati, per scelta o meno, questo non è importante. Il fatto è che siamo lontani, le nostre radici sono state strappate, quindi anche per questo c’è il rapporto odio e amore. Vorrei, ma non posso, mi piacerebbe vivere… forse chissà, quando andrò in pensione, un giorno (sì, in Francia esiste la pensione per i musicisti). Una bella casettina al mare, mangiare delle belle mozzarelle, pane e soppressata, olive, mi piacerebbe trascorrere la mia vecchiaia così. Fare musica, magari ogni tanto andare anche a sentire qualche concerto, questo mi farebbe piacere. Forse sì, forse farò questo, mi hai dato un’idea per la mia vecchiaia. Ora sono due anni che non torno, mi piacerebbe rilassarmi un po’ al sole e al mare, per recuperare un po’ di energie. Com’è il tempo adesso? Si può andare al mare?

 

Immagine di copertina: Antonella Mazza Official (facebook)


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Interviste · News
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