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Peppe Voltarelli – Tiriolo (CZ)

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A quattro anni di distanza dal concerto-spettacolo di Max Mazzotta (vedi gallery), siamo tornati al Bacchanalia di Tiriolo per rivedere volentieri Peppe Voltarelli dal vivo. Sullo stesso palchetto, in cima al centro storico, sale munito di chitarra e fisarmonica, accompagnato dal basso di Italo Andriani e da Paolo Baglioni alla batteria. Entrambi musicisti livornesi, spalleggiano alla grande il simpatico istrione calabrese, toscano d’adozione pure lui da qualche anno, ma in realtà sempre in giro a suonare. Quest’approccio da showman giramondo si riflette anche nell’esibizione di Tiriolo, difatti, dopo i primi pezzi di riscaldamento (Sta città, Scarpe rosse impolverate, Marinai), Voltarelli comincia a raccontare storie, entrando e uscendo a piacimento dalla classica scaletta.

“Sono passati vent’anni dall’ultima volta che ho suonato qui, se non vi dispiace farò qualche pezzo dell’epoca”, dice prima di attaccare con Sule (in levare), Riturnella e L’avventura. A suo agio nel baccanale, dopo un paio di brindisi, imbraccia la fisarmonica e il pubblico sembra apprezzare particolarmente. “Walterini” strumentali, Tarantella del Trionto quasi in zona Calexico, Lupu, un’impensabile Romagna mia promessa e dedicata alle signore del catering (video in basso), La palummedda russa e così via. Il live scorre tra tante citazioni, velatissimi accenni al nostro presente, ma soprattutto l’analisi della situazione calabrese, sempre col sorriso beffardo di chi conosce bene la materia in questione. Una regione dove “non si offre, perché è già tutto pagato” oppure in cui “il turista può davvero fare l’esperienza unica di perdersi”. Turismo in quantità, appunto, intervallata da un pezzo che non esiste, Collanine (abusive), facile indovinare di cosa tratti; tra i balletti dei presenti c’è ancora il tempo per Distratto ma però, la cover di Se mi lasci non vale e poi Gli anarchici di Leo Ferré: in questo accostamento c’è più o meno tutto l’umore della serata e parte dell’immaginario di Voltarelli.

Il repertorio di vent’anni fa prende il sopravvento se la chiusura è affidata a Onda calabra e Raggia, canzone cara all’autore, un po’ la The Passenger musicale di queste parti (secondo video). Nonostante la formula in trio funzioni, a quanto pare dentro e fuori dall’Italia, è sempre la voce potente a stare al centro della scena con le sue inconfondibili onomatopee. C’è da scommettere che, da buon erede di Profazio, ma capace di scostarsene come in questa serata, tra altri vent’anni sarà ancora lì a sciorinare canzoni e storie intorno ai calabresi. Anzi… per cent’anni, salute!

(Grazie a Nic)


Categorie:
Live report · News
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